L’essenza “vitale” della macchina e il “freddo” pensiero umano

Le macchine non hanno come essenza la propria resistenza alla distruzione ma l’esatto contrario di essa, ovverosia la più rapida cedevolezza possibile. Questa pare essere la radicale differenza tra la temporanea azione biologica del vivere, qualificata dal resistere, e la breve funzionalità d’uso di ogni macchina, contrassegnata dal cedere. Non sembra potersi narrare onestamente altra reale o percepibile duplice essenza rispetto alla qui discussa differenza. Differente essenza che non ha solo effetti materiali poiché essa incide direttamente e profondamente sul modo di pensare. Persino l’apparato tecnico che provoca distruzione non ha come “egoistico” fine quello di resistere alla propria distruzione poiché questa è già inscritta nella sua progettazione voluta, o meno, da chi, o cosa, lo abbia progettato. Tanto più è rapida la distruzione della macchina e tanto prima essa avrà contribuito al “pietoso” incremento dell’umana resistenza. Ed è così che anche il freddo pensiero tecnico nasce morendo, facendo il suo corso.    (CFR. WEB BOOK

Senso ed essenza della vitalità al cospetto della tecnica

Lo scorso secolo, José Ortega y Gasset, forse dopo “essere stato punto dal tafano di Socrate”, ricordava che “le idee si hanno, nelle credenze si sta” e che queste ultime si radicano più profondamente nella mente non in quanto valide ma semplicemente perché comode. Occorre dunque pensare pesando le credenze che non sono rette da idee perché poggiate su dogmi e idoli.

Una certa bella filosofia soppesa e, quindi, pensa intorno all’essenza della vita e può sembrare che inviti lo sguardo della mente alla ricerca di un orizzonte infinito in cui scrutare un senso da assegnare alla vita. Ma non è mai così. L’orizzonte che in apparenza viene aperto si annebbia rapidamente se posto al cospetto della domanda sul senso della vita, poiché l’ostinarsi a ricercarne uno si riduce ad una sorta di motivazione convenzionale che spesso incentiva l’individualità. Niente più di questo. E se ciò sia troppo, o troppo poco, cosa c’entra? Infatti, lo scenario muta ove si cominci a discutere dell’essenza del vivere al netto degli stucchevoli pregiudizi umanizzati.

Nel corso degli ultimi tre secoli circa, tale essenza, c’è chi l’ha definita “volontà di vita” e chi, ancor più radicalmente, non senza prima averla “ri-crocefissa”, “volontà di potenza”. E, del resto, la volontà di vivere si traduce pur sempre in atti materiali che sorreggono la vita per il tempo biologico concesso alla stessa. Non importa se tale volontà risieda nella pianticella tenace che cresce tra le crepe del cemento, o nel cucciolo di lupo intento ad orientare le proprie prime forze verso il nutrimento materno: in entrambi i casi, gli amici della “volontà di vita, e quindi dell’energia che la stessa esprime, persuadono che questa sia, e sia da considerare, l’essenza di ogni vita.

Non occorre differenziare tra le possibili quantità di (volontà di) potenza. Infatti, non è da porsi in discussione il distinguere tra la volontà di un essere vitale che si affanni solo a sopravvivere, dalla volontà di chi riesce a dominare (o si illude di poterlo fare) ben oltre la dimensione della propria mera sussistenza. Non è questa la ricerca. È infatti l’essenza della vita in sé ad essere stata indagata dalla bella filosofia. E l’indagine pare data per compiuta; in disparte l’autorevole dottrina strutturalista di chi ha creduto che tale ricerca sia stata inutile o, ancor peggio, priva di significato.

Invero, sia la volontà di vivere e sia la potenza che dalla stessa ne dipenderebbe, paiono inscindibili componenti di un’unica indagine che porta ad un identico epilogo: la vita è il movimento di ogni essere vitale che va oltre la dimensione del corpo che momentaneamente lo consente esercitando, esso, la propria fisiologica potenza.  Epperò, nemmeno la bella filosofia che nega il senso della vita e la possibilità di ricercarlo appare meno umanisticamente finalizzata rispetto alle dottrine di tutti coloro che hanno dato senso all’esistenza per poi perdersi nel vuoto, forse meno infelicemente di altri. Qui, però, nemmeno il profondo ed incantevole “pessimismo” Leopardiano, al pari di quello di Schopenhauer, basterebbe a muovere una nuova possibile indagine.

Anzi, pure la bella filosofia che ha fatto “morire Dio” è ancor più smaccatamente antropocentrica delle sdolcinate dottrine umanistiche poiché non pare poter esserci forma di potenza che, di per sé, origini dalla volontà. Si tratta infatti della suggestiva descrizione di un atto positivo umanizzato, interpretato e raccontato alla rovescia: giacché non è consentito ipotizzare potenza che nasca dalla pura volontà. Accade semmai il contrario. E tanto è ben visibile rispetto ad ogni vitale forma biologica di potenza. È la potenza vitale che anima ogni nascituro – che dapprincipio ed innanzi si muove – da cui può, poi, originare artificialmente ciò che alcuni definiscono volontà. E di nuovo umanizzando tale discussione (qui concedendoci l’illusione che si possa anche discutere in altro modo: sic!), è nella potenza pura di ogni nuova vita generata, sia essa significante o simbolizzata, che viene dunque innestato un qualsiasi concetto convenzionale di volontà. Non può di certo accadere un Nietzsche’s” viceversa”!

Buono, bello o vero

Ma l’affascinante incomprensione più profonda che muove dalla bella filosofia non pare essere nemmeno l’ultima descritta. La miope visione che accompagna le ritenute differenze tra gli amici del senso della vita e coloro che lo rifiutano, è infatti identica e, nello stesso modo, essa è superficialmente buona o bella; non di certo orientata al “vero”. E forse nemmeno resa narrabile come vera: anche se l’emozione può percepirla come tale.

Ove si intendesse parlare onestamente di vita lo sguardo umano non andrebbe volto verso un orizzonte di senso o di raggiungimento di una più potente vitalità, ma semplicemente fissato contro uno specchio che rifletta la precaria immagine di chi intenda realmente guardare il compassionevole dolore di ogni vitale resistenza. Resistenza, infatti, che solo così fissando emergerebbe un poco più nitidamente: si svelerebbe la temporanea resistenza che viene opposta alla morte nel corso di ogni breve cammino vitale d’esistenza; e ciò è, pertanto, ben diverso concetto del “vivere morendo”.

Non c’è alcuna volontà di potenza nell’“istintiva” resistenza posto che l’azione del vivere è, e vien così, per sua “natura aristotelica, contrassegnata genuinamente dal resistere alla morte il più a lungo sia ad ognuno possibile. Non si può esercitare alcuna reale (essenziale) potenza di volontà quando, prima di tutto, si resiste per salvaguardare la propria esistenza. Tale resistenza è la sola azione reale e costante che ricongiunge il movimento della vitalità naturale a quello convenzionale della (definita) volontà. Essa è, dunque, l’unica azione vera e profonda di ogni vita, poiché vivere significa essenzialmente resistere alla morte. Il resistere è l’estratto più profondo di ciò che è normalmente definito vivere.

Anzi. L’esercizio della potenza, sia essa tecnicamente primordiale e, dunque, esercitata col bastone, piuttosto che tecnologica e, quindi, mediata dall’algoritmo che sempre più manduca l’azione, può mettere fuori misura l’equilibrio necessario all’umana resistenza per tentare di contrapporsi all’unica vera ineluttabile potenza che si incontra nella morte. E non va di certo meglio agli innamorati di un senso del vivere o a chi si affanni a ricercarlo, perché anche ciò può portare a squilibri non dissimili a quelli provocati dall’esercizio vitale della potenza. In entrambi i casi si viene distolti dal tenere gli occhi puntati in equilibrio sul cammino segnato dal resistere: resistere quale unica genuina azione che qualifica e definisce l’estratto del vivere.

L’egoismo della resistenza e l’“altruismo” della tecnica

Sarebbe forse onesto accettare la precaria e temporanea resistenza contrapposta alla morte quale vera essenza della vita. Resistenza tanto materialmente biologica quanto vitale, affascinante, spirituale e, per chi lo volesse immaginare, pure romantica.

Non c’è nulla di cupo o demoralizzante in tale necessaria presa d’atto (al netto del freddo “bagno d’umiltà” evocato bene dalla memoria greca alle cui altezze è ben difficile guardare e quasi impossibile pensare).

Questo sincero sguardo di onestà non è di poco conto. È uno sguardo che cambia la visuale individuale e sociale, entrambe da tempo egoistiche e necessariamente tecniche. Esso è timidamente rivoluzionario perché invita ad indossare un abito sociale diverso da quello inscritto nella volontà di vita che non può prescindere dalla ricerca della potenza nelle infinite modalità umane escogitate per esercitarla e che, non talune diversamente da talaltre, sono da sempre tecniche: sia nell’agire e sia nel pensare.

È con tale sguardo che pure la Severiniana assenza di scopi della tecnica, oltre a quello del “proprio potenziamento infinito ed indefinito”, potrebbero essere ripensati o, forse, approfonditi senza finte riverenze. Guardandoci bene dentro, infatti, l’esercizio della volontà umana che brandisce la potenza tecnica per “egoisticamente” e nobilmente resistere non pare aver nulla da spartire con la potenza e l’essenza d’uso funzionale degli apparati tecnici.

Persino l’apparato tecnico che provoca distruzione non ha infatti come “egoistico” fine quello di resistere alla propria distruzione poiché questa è già inscritta nella sua progettazione sia che essa sia voluta o meno da chi, o cosa, lo abbia progettato.

Tanto più è rapida la distruzione della macchina e tanto prima essa avrà contribuito all’incremento “pietoso” dell’umana resistenza.

L’azione della macchina, anche di quella decisionale, si limita infatti a tradurre una volontà di potenza che è tale nel momento in cui è espressa ma che non lo è affatto quando la sua innovativa inerzia d’uso – che si sostanzia nella valutazione degli effetti imprevedibili che la stessa macchina svela solo a distanza di tempo – agevola la vitalità umana nell’opporre resistenza alla morte.

Ciò che prolunga la resistenza che esercita la vitalità va oltre il funzionamento della macchina perché essa consiste nella possibile constatazione degli effetti imprevisti provocati dall’uso della stessa tecnica. Il fattore che realmente consente lo sviluppo della tecnica e, vieppiù, della tecnologia, non risiede mai nel risultato che si raggiunge mediante l’uso di una certa macchina in un determinato momento storico ma la successiva constatazione dell’impotenza della stessa. Non è infatti la razionalità della macchina che permette di progettare nuova e migliore potenza bensì i difetti che emergono dopo aver fatto uso di essa.

Infatti, la valutazione dell’inerzia d’uso della macchina non si colloca mai nel tempo in cui la stessa è ancora considerata funzionale: e a tanto attinge l’umana necessità per resistere alla morte. Essa non trae ispirazione da ciò che è considerato ancora funzionale ma dalle disfunzioni dell’apparto tecnico che, nel momento in cui le svela, segna la propria distruzione che consiste nella sostituzione di una macchina con altre macchine. Umanità che, quindi, di volta in volta, raccoglie l’esperienza dell’inesorabile percorso di sostituzione delle macchine che funzionano sempre meglio ma a patto che ne sia svelata la loro imprevedibile ed innovativa inerzia d’uso e che la stessa sfoci in nuova e diversa funzionalità tecnica.

La fragilità del resistere e la cedevolezza della potenza

Le macchine non hanno dunque come propria essenza la resistenza alla (loro stessa) distruzione ma l’esatto contrario di essa, ovverosia la propria più rapida cedevolezza possibile.

E questa, in definitiva, pare essere la radicale differenza tra la temporanea azione biologica del vivere, qualificata dal resistere, e la breve funzionalità d’uso di ogni macchina, contrassegnata dal cedere. Non può essere narrata onestamente altra reale duplice essenza rispetto alla qui discussa differenza.

In ciò, private di significato convenzionale due abusate parole, “egoismo” e “altruismo”, pare evidente che la macchina, non avendo di mira l’incremento della propria capacità di resistenza, sia da collocare più vicina al secondo dei due sostantivi sociali. E tanto dovrebbe consentire ad ogni vitale intelligenza di allontanarsi dalle credenze. Di resistere alla tentazione delle comodità per riaprire uno scenario meditativo rispetto al quale molti illustri pensatori ci hanno da secoli magistralmente calcato la mano (ma solo) dopo aver chiuso entrambi gli occhi.

Senza poter evocare le altezze del Prometeo Incatenato di Eschilo, ben noti sono – quale più raggiungibile esempio alla portata di chi scrive – i narrati distopici destini che Stanley Kubrick, nel vicino 2001, ha assegnato ad una certa umanità costretta a confrontarsi con un temibile computer poiché inspiegabilmente impegnato a conservare sé stesso: “AL9000” (la trama del film è tratta dall’omonimo libro di Arthur C. Clarke. Il nome di HAL è, non per nulla, l’acronimo di “Heuristic ALgorithmic“).

Kubrick pare rovesciare e confondere l’essenza potente del cedere con quella fragile del resistere. Egli, in definitiva, assegna ad “AL9000” una modalità di esistenza biologica che allo stesso non sarebbe potuta appartenere, nemmeno ove impostato per difendere ad ogni costo, e il più lungo possibile, la propria funzionalità originaria.

In tale (sin troppo sdolcinata e) antropocentrica Odissea, in realtà, il fantastico autore sembra far – più o meno inconsapevolmente – recitare agli umani la parte della macchina e alla macchina quella degli umani perché egli, in disparte l’incompresa scarsa onestà della propria narrazione, non poteva fare a meno di considerare tutto ciò (e solo ciò) umanamente giusto e buono. Ma pure la rappresentazione cinematografica dell’indagine intorno al “vero” potrebbe dichiarare d’essere ben altra cosa da ciò che di solito è narrata: ossia non il futuro, bensì la plastica descrizione del passato.

Imprevedibilità tecnica e pensiero freddo

Ma perché mai, di fondo, non sarebbe possibile prevedere (men che mai tutti) gli effetti provocati dall’uso della tecnica? Orbene, le categorie tecniche del pensiero umano costringono (chi volesse per ipotesi provare a rispondere) alla penombra di un’unica risposta: è impossibile pensare al (“nel”) futuro se non entro i limiti della raffigurazione dell’unico evento realmente potente che segna ogni vitalità ponendo fine alla stessa.

Risulta possibile prevedere che un giorno, dopo molti secoli, anche il Platano di Ippocrate perirà e non potrà più regalare ombra nella piazzetta della famosa isola greca di Kos. L’evento morte che si realizzerà, ed il venir meno dell’ombra che ne seguirà, sono dapprincipio descrivibili con sufficiente precisione. È il tempo in cui ciò avverrà che non lo è affatto, nemmeno per larga approssimazione.

La tecnica e le macchine con cui la stessa è fatta agire non danno conto né dell’uno, né dell’altro dei due fattori cruciali appena descritti con l’esempio dell’albero di Ippocrate, poiché appena si prova a ragionare applicando i detti due fattori (tempo ed evento) alle macchine ci si ritrova di nuovo all’interno delle diverse essenze della tecnica e della vitalità. Essenze che “colorano” indelebilmente non solo la materialità delle cose su cui esse agiscono ma pure il pensiero umanizzato che dipende totalmente dall’intensità tecnica e tecnologica della prima (la tecnica) e non della seconda (la vitalità). Infatti, tanto più si allontana l’uso della mera tecnica eso-somatica (ossia quella del bastone o della forchetta) tanto più si riduce il tempo d’uso della funzionalità della tecnica stessa e, quindi, la possibilità di prevederne (anche approssimativamente) i possibili utilizzi futuri.

A tale ultimo riguardo si provi banalmente a paragonare una forchetta di metallo (che da migliaia di anni ha una struttura funzionale d’uso identica a sé stessa) alla moderna tecnologia di un telefonino mobile. Si potrebbe scommettere che la forchetta ed il suo uso rimarranno tali ancora per molto tempo ma, per contro, non è dato prevedere le esatte trasformazioni che la telefonia mobile subirà nel corso dei prossimi trent’anni.

Pertanto, la forchetta consente di avvicinarsi al futuro “pensandoci dentro” in modo (molto più) prevedibilmente corrispondente al reale in divenire, quando, invece, al netto dell’inerzia d’uso della tecnica di cui si è detto poc’anzi, esercitare il pensiero sul telefonino del futuro si traduce in uno sforzo mentale che consente delle approssimazioni di fantasia più vicine alla trama di un serial fantascientifico piuttosto che ad “un concreto pensare futuro” che trovi la propria corrispondenza nel reale che davvero verrà.

Eppure, in entrambi i citati casi, riflettendoci bene e a fondo, ci si ritrova pur sempre di fronte ad un solo pensiero che si potrebbe definire “freddo”: infatti, sia il pensare all’uso che si farà della forchetta e sia il pensare alle applicazioni del telefono mobile a trent’anni di calendario, significa pur sempre pensare a ciò (ed in ciò) che è stato o già è poiché stabilmente morto, ovvero orientato verso la propria distruzione quale strumento tecnico che svelerà da sé l’inerzia data dagli originari effetti d’uso tecnologico dello stesso.

Sicché, l’esercizio del pensiero è solo in romantica apparenza rivolgibile al futuro (ovvero, tanto meno, esercitabile “dentro un futuro”) poiché esso nasce e si radica prima di esso, talmente vincolato dal perimetro di ogni temporanea vitalità pensante che è, e rimane, tecnico per insuperabile imposizione biologica. Esso, in definitiva, è un “pensiero freddo” che nasce morendo nei limiti di ciò che la parte biologica vive nel tempo tecnico alla stessa concesso.

E visto che per provare a spiegare una simile riflessione non è concesso “salire sulle spalle dei giganti” (al pari di Bernardo di Chartres e, poi, nel 1667, di Isaac Newton lanciatosi in un errato scatto d’orgoglio contro Robert Hooke), “per [tentare] vedere più lontano” si può ricorre ad una nota serie televisiva degli anni Sessanta che, al pari di molte altre ipotesi di “fantasia fredda”, ha portato gli spettatori in un futuro dimostratosi irreale, ovvero – siccome altrimenti non è consentito ipotizzare – imprevedibile in quanto già saldamente radicato e confinato nel perimetro del pensiero tecnico dei suoi ideatori. Si sta parlando della celeberrima serie televisiva di Start Trek che fece esordio televisivo nel 1966.

Al riguardo dovrebbe almeno incuriosire che sin dai primi episodi di Start Trek, uno dei protagonisti della serie, il capitano James T. Kirk (William Shatner), si trova spesso ad usare un piccolo telefono che, sorprendentemente, è molto simile ad un modello degli anni Novanta del 900 con chiusura a farfalla e che venne denominato dalla Motorola, forse non a caso, “Start Tac”.

Ebbene, nonostante sia sorprendente la somiglianza tra i due telefonini apparsi ad abissale distanza tecnologica l’uno dall’altro (circa quarant’anni), merita osservare che, il capitano Kirk, in base al freddo pensiero tecnico degli avveniristici sceneggiatori della serie, nasce a Riverside, nell’Iowa, il 22 marzo 2233, “data stellare 1277.1”, ossia oltre duecento anni dopo che la Motorola mise fuori produzione il proprio obsoleto telefono a farfalla e che, tuttavia, era già molto più avanzato di quello pensato (assai poco) futuristicamente negli anni Sessanta per essere dato in dotazione al capitano Kirk nell’anno “stellare” 2266.

di Lorenzo TAMOS

(lorenzo.tamos@avvocatinteam.com), avvocato del Foro Milanese; commentatore, scrittore e saggista; patrocinatore presso le giurisdizioni nazionali superiori e internazionali; esperto nella materia del diritto delle nuove tecnologie, della comunicazione on line e delle piattaforme digitali; esperto della materia del trattamento dei dati personali, nonché della regolamentazione e uso dell’intelligenza artificiali; avvocato amministrativista e del diritto pubblico dell’economia; DPO di realtà pubbliche e private d’eccellenza sia nazionali che internazionali; presidente di importanti organismi di vigilanza ex Dlgs n. 231/2001 nel settore socio sanitario para pubblico; ex ufficiale della Guardia di Finanza e componente di comitati scientifici di associazioni nazionali di polizia e della sicurezza urbana partecipata.

 

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